Se siete curiosi di varcare la soglia del tempo leggete questa due storie, quella della Guaita di Travale, avvenuta nell'anno 1158, e quella della strega Elena di Travale del 1423.  E' come entrare nel cuore della Toscana, nelle sue tradizioni più antiche e popolari.  
La Guaita di Travale è una storia sulla più antica testimonianza scritta in volgare toscano. La storia è contenuta in due pergamene scritte da un giudice chiamato Balduino e conservate presso l'Archivio Vescovile di Volterra, racconta di una controversia relativa a possedimenti intorno al castello di Travale, sorta fra il conte Ranieri d'Ugolino Pannocchia e Galgano, vescovo di Volterra. 
Il giudice Balduino interrogò i contadini e i guardiani della zona, che non parlavano il latino in cui venivano redatti i documenti ufficiali.
Sono le prime testimonianze scritte in volgare toscano e sono storie di povera gente che emergono con il loro nome da un tempo lontano e ci trascinano per un attimo nelle loro vite quotidiane e nel loro linguaggio.  C'è Berardino di Tebaldo, c'è Ghisolfolo Africino, c'è Saraceno; ci sono Vivenzo, Martino, Brunetto; c'è Pietro, ci sono Malfredo, Enrichetto, c'è tutto un mondo di personaggi popolari che raccontano piccole vicende della loro epoca. 
Malfredo trovò un'occasione unica per sfogarsi. Inviato a far la guardia (guaita) a Travale, il pover'uomo salì sulle mura lamentandosi di non poter assolvere bene al suo compito (guaita, guaita male) perché durante il giorno non gli avevano dato da mangiare che una mezza pagnotta (non mangiai ma mezo pane).  Non si sa come sia andata a finire la controversia tra il conte e il vescovo perché la storia si interrompe. 
E' rimasto però Malfredo di Casamagi, il rozzo guardiano del castello di Travale, e la sua notissima frase in volgare: "guaita guaita male non mangiai ma mezzo pane", fra le più antiche manifestazioni della nuova lingua italiana, che per essere rappresentata da espressioni così compiutamente formate, doveva essere comparsa qui, in mezzo al popolo, già da molto tempo prima.

Elena di Travale fu una delle più famose streghe della Maremma, specializzata nella pratica dei filtri di amore e di odio. Il 12 giugno del 1423 fu condotta davanti al Tribunale Civile e Religioso di Volterra,  poiché accusata di essere incantatrice, divinatrice e sortilega, abile a manipolare i consigli secondo le risposte del demonio. Sottoposta ad un pressante interrogatorio, Elena non pronunciò mai le cinque parole rituali necessarie a rendere efficace un sortilegio, rivelando tuttavia una serie di formule, di fatture e di ricette in volgare paesano, che trascritte. Svelò l'eterno segreto dell'odio e dell'amore contenuto in una ricetta infallibile da lei più volte sperimentata. Al termine dell'audizione dei testimoni il vicario vescovile Antonio Michelotti da Perugia non considerò gravissimi i fatti commessi, ed anziché approntare il rogo, sentenziò: ... la donna sia fustigata, messa alla berlina e sbandita dai confini.... Elena fu quindi frustata, esposta ai lazzi della folla ed esiliata, oltre ad essere condannata al pagamento delle spese processuali.  In seguito giunta a Siena  divenne celebre anche per essere stata citata da San Bernardino da Siena nelle sue prediche volgari nelle quali il predicatore rimproverava le nobildonne senesi di aver fatto ricorso ad Elena di Travale per pozioni e filtri d’amore.

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